Un piccolo potere che può restituire dignità

Prefazione al dossier sul Consumo critico in Mosaico di Pace, settembre 1994

Il circolo vizioso, che potrebbe essere illustrato attraverso l'itinerario di numerosi prodotti da tanto o da poco tempo familiari alle nostre tavole ed alle nostre abitudini quotidiane, genera miseria e dipendenza nel "terzo mondo", rendendoci spensierati complici di una catena di sfruttamento e di distruzione delle persone e della natura.

Il caffè che beviamo, i mobili di legname tropicale che danno lustro e prestigio alle nostre case, le gomme delle nostre automobili o biciclette... tutti ingranaggi, insieme a tanti altri, di una macchina complessa e precisa che determina il destino di milioni di persone, di interi paesi e continenti, di vasti ecosistemi. 

Per centinaia di milioni di esseri umani la coltivazione di prodotti agricoli, l'allevamento di bestie e la pesca, l'estrazione dei tesori della terra è rimasta schiavitù, a dispetto dei principi democratici e sociali che caratterizzano il nostro tempo, e la dimensione che questa schiavitù ormai ha raggiunto e rischia di raggiungere ulteriormente, si trasforma anche in minaccia per gli equilibri della natura: supersfruttamento degli uomini e delle terre, deforestazione ambientale e sociale sono strettamente legate. I deserti che la nostra civiltà crea, feriscono il tessuto umano e culturale quanto e come la corteccia naturale del pianeta.  Per altre centinaia di milioni di persone gli stessi meccanismi provocano invece la loro espulsione dalla terra, dai boschi o dai mari da cui traevano sussistenza e li trasforma in profughi ambientali e sociali, sradicati da quella comune madre-terra che aveva garantito all'ininterrotta catena dei loro antenati cibo, casa e vestiario.

Cosa fare contro un'ingiustizia così macabra, distruttiva non solo per chi la subisce più direttamente, ma anche per chi nella miope ottica a breve ne appare beneficiario, perchè può comperare a poco prezzo il frutto della terra e del lavoro altrui? Come iniziare a fermare l'infernale ingranaggio, da dove cominciare un'azione riequilibratrice, cosa fare per riparare ai danni ed ai torti che tanta parte dell'umanità e del pianeta subiscono attraverso la legalissima e spietatissima violenza dei commerci, dei prezzi e delle borse?

Quando i popoli del sud del mondo iniziavano i percorsi - spesso poi rivelatisi fallaci - della loro liberazione politica, per conquistare l'indipendenza nazionale, la parte delle popolazioni del nord solidale e generosa, informata e sensibile alla giustizia decise di appoggiare queste lotte, cercando di diventare una specie di "quinta colonna": alleati dei movimenti di liberazione all'interno delle cittadelle del colonialismo e dell'imperialismo. Attivarsi in Francia per l'indipendenza dell'Algeria, negli USA per il sostegno al Vietnam e sostenere in tutto il mondo il boicottaggio economico contro il regime dell'apartheid in Sudafrica erano altrettante forme di riparazione ad ingiustizie commesse anche in nostro nome e di appoggio ai processi di liberazione in quei paesi. 

Forse poteva sembrare più eroico e più entusiasmante sfilare con le bandiere di qualche fronte di liberazione, ma esistono forme di solidarietà fattiva magari meno appariscenti, ma non meno importanti, e forse persino più efficaci. Perchè non cominciare ad usare finalmente quel piccolo potere che la nostra civiltà ci lascia, e che agli effetti pratici conta più del voto e dello sciopero, e usarlo dalla parte del sud del mondo?

Il piccolo potere è il potere del "consumatore": parola orrida, perchè mette a nudo la dimensione vera del nostro ruolo assegnatoci dal sistema, qualità assai più vera e più penetrante del nostro essere magari cittadini o elettori, ma termine realistico per designare la funzione che ci spetta nel potente universo delle merci e del denaro. La costruzione teorica, l'ideologia (cioè: la falsa coscienza diffusa a protezione del sistema), non cessa di ripeterci che il consumatore è il coronamento e destinatario finale di ogni bene ed ogni servizio e che tutto è fatto per accontentarlo e servirlo sempre meglio. Ma nella pratica si sa che il consumatore dagli strateghi del mercato è considerato bestia da ingrasso e da macello non meno che gli animali allevati nelle stalle industriali: altrettanto prevedibile e manovrabile, altrettanto facile da nutrire e da mungere. E che i suoi gusti e le sue preferenze possono essere indotte e pilotate dalla persuasione pubblicitaria, e che in ogni caso obbediscono a leggi dominate dal denaro e dalla convenienza, non da scelte ideali e di valore.

E se si tentasse, finalmente, di prendere sul serio questa leva che ci troviamo in mano, e che finora noi stessi lasciamo che si ritorca contro di noi, felici di lasciarci ingannare dalla persuasione pubblicitaria e di perpetuare lo stato di beata ignoranza e complicità? Se si cominciasse non solo a rivendicare, ma a praticare una maggiore autodeterminazione, su fronti apparentemente poco politici e poco eroici, quali la scelta della nostra alimentazione, dei nostri acquisti per la casa, dell'uso dei nostri soldi, del tipo di prodotti e di imballaggi da accettare o da rifiutare?

Grande peso possono avere, certamente, le scelte personali, soprattutto se spiegate e propagandate adeguatamente: fa differenza rifiutare un prodotto in silenzio, o spiegarne il motivo in un colloquio col direttore del supermercato, seguito magari da una lettera al giornale cittadino o da un cartello portato davanti all'ingresso del punto di vendita. L'obiezione di coscienza nei confronti di prodotti macchiati da troppo sangue, da troppa distruzione ambientale, da troppo sudore malpagato, da troppa infelicità di bambini derubati della loro infanzia è una scelta altrettanto valida e forte quanto quella nei confronti del servizio o delle spese militari. Ma per pesare ha bisogno di moltiplicarsi e di farsi conoscere, di generare dibattito e sensibilizzazione - e di offrire alternative accettabili anche per cittadini che non se la sentano di trarne conseguenze semplicemente ascetiche, di rinuncia totale (come in alcuni casi è pure necessario).

Legare la scelta personale di consumatore consapevole e solidale, informato e capace di generare "scandalo", a comportamenti più collettivi e più politici, ed alla costruzione di scambi meno iniqui e meno nocivi: ecco un possibile circolo virtuoso, che contribuisce ad alleggerire l'oppressione esercitata dalla catena del commercio alla gente del "terzo mondo", e a restituire a noi "consumatori" un pezzetto di libertà e autodeterminazione, quindi di dignità.

Quando, agli inizi dei movimenti operai, i lavoratori si accorsero che il magro salario veniva immediatamente rimangiato dai loro padroni sotto forma di affitti e di prezzi da pagare nei negozi, cominciarono ad organizzare, con l'aiuto dei sindacati, cooperative di consumo e cooperative edilizie. Allora l'obiettivo era di abbassare i prezzi, saltando l'intermediazione padronale.

Oggi, nei confronti del sud del mondo, si possono fare scelte simili, peraltro in alcuni casi già avviate e sperimentate su piccola scala nel mondo del volontariato e della solidarietà, della conversione ecologica e della sensibilità sociale.

Solo che non ci si deve più proporre di abbassare i prezzi, ma - paradossalmente - di aumentarli, per renderli più veraci e piú corrispondenti al valore reale dei beni e dei servizi offerti e quindi meno invitanti alla dissipazione ed allo spreco. Certo, saltare le molte intermediazioni parassitarie e ladresche che spezzettano il percorso del caffè o delle banane, della soia o del caucciú e lo caricano di ingiustizie e crimini, è già molto. Ma dovremo arrivare a sfuggire al mondo senza qualità dell'offerta massiccia di prodotti in quantità, la cui fabbricazione e vendita provoca devastazioni umane, sociali ed ambientali "in partenza", e spesso effetti nocivi anche "in arrivo", visto che i boomerang dei nostri pesticidi esportati cominciano a tornare indietro. Ormai è interesse anche nostro, non solo obiettivo di generosa solidarietà, assicurarci che la qualità ambientale e sociale dei prodotti che acquistiamo contribuisca al riequilibrio invece che provocare squarci e ferite le cui ripercussioni finiscono senz'altro per riverberarsi anche su di noi - al più tardi quando i profughi di un ordine economico ingiusto bussano alle nostre porte, sotto forma di immigrati sradicati.

Conoscere e scegliere bene l'impatto sociale ed ambientale dei nostri acquisti e consumi, ridurne attentamente la nocività ed aumentarne invece l'equità e la compatibilità ecologica, organizzare ed usare circuiti capaci di promuovere e diffondere scelte accettabili, contribuire a finanziare - sia con le scelte di acquisto, sia con l'investimento dei propri risparmi - strutture solidali ed attente anche agli equilibri naturali, denunciare e boicottare commerci e prodotti iniqui e nocivi (e sono la vasta maggioranza), approfondire e diffondere l'informazione e la consapevolezza di fatti e circostanze, esigere sul piano politico e sociale che i nostri governi, le nostre amministrazioni locali, le nostre cooperative, i nostri sindacati, le nostre associazioni facciano scelte giuste ed evitino la complicità in quelle ingiuste: ecco un piccolo programma di sostegno ad una "lotta di liberazione" che la gente nel sud del mondo conduce anche per noi, e che possiamo appoggiare e condividere - assai più comodamente e meno esposti a ricatti e minacce - ogni giorno al momento di acquistare e di consumare. Riscattiamo qualcosa della nostra e della loro schiavitú!

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